Le Sinfonie di padre Martini

Le Sinfonie di padre Martini

di Francesco Ermini Polacci


Uomo di cultura tipico del Settecento, padre Giovanni Battista Martini (1706-1784) è stato teorico musicale, insegnante, compositore, studioso di scienze fisiche e matematiche, mente enciclopedica nel senso più nobile e completo del termine. Non si allontanò quasi mai da Bologna, dove nacque e morì, raccoglitore instancabile di manoscritti ed opere a stampa, di documenti e fonti per la storia musicale: la biblioteca del convento di San Francesco (oggi trasferita al Conservatorio), coi suoi 17.000 volumi, rimane il monumento perenne della sua scienza e della sua sapienza.

Competenza e dottrina fecero di padre Martini uno dei più autorevoli fari della cultura musicale del tempo, quasi un oracolo dispensatore di preziosi quanto irrinunciabili consigli: Mozart giovinetto si recò da lui per pochi ma significativi incontri, e fra i suoi allievi la storia della musica ricorda Niccolò Jommelli, Johann Christian Bach, Giuseppe Sarti, Luigi Cherubini. Padre Mattei, il discepolo prediletto, fu il fedele testimone di quegli insegnamenti, che poi a sua volta avrebbe impartito a Pacini, a Donizetti e a Rossini. Se l’importanza di padre Martini studioso e teorico della musica è oggi un dato acquisto dalla storia e dalla critica, ancora luce deve essere fatta su padre Martini compositore, fra l’altro autore di numerose partiture che documentano un interesse ad ampio raggio verso i più disparati generi musicali. Invece, gli studiosi hanno concentrato gran parte delle loro attenzioni sulla produzione sacra del padre francescano, e si sono fatti distrarre da una letteratura romanzata che di lui ha tramandato un’immagine fin troppo severa ed accademica: col risultato di reputare padre Martini un isolato ed incrollabile difensore della polifonia, un bigotto conservatore non certo capace di scrivere musica particolarmente interessante.

Ma è un’immagine destinata a sgretolarsi, specie innanzi alle dieci Sinfonie da camera proposte in questa registrazione: pagine emblematiche, provenienti da un corpus di ventiquattro Sinfonie scritte fra il 1736 ed il 1777, tutte conservate al Civico Museo Bibliografico di Bologna in partitura autografa. Un ascolto che permette di cancellare i falsi pregiudizi, e che disvela un padre Martini non nostalgico cultore del passato ma anzi disposto a conoscere ed assimilare i nuovi linguaggi espressivi del suo tempo: oltretutto capace già di quell’ammiccante grazia galante e di quella vivacità che troveranno la loro massima espressione nell’allievo Johann Christian Bach, e non immune dal pathos preromantico del coetaneo Carl Philipp Emanuel Bach.
Per quanto in parte ancora legato al formulario barocco, lo stile di padre Martini accenna già qui a sorprendenti soluzioni e a climi espressivi (ad esempio il carattere oppositivo di modo maggiore e minore) che saranno poi sottoposti a nuovi sviluppi da Haydn e da Mozart. Colui che per molti è stato soltanto l’indefesso sostenitore della polifonia, nelle Sinfonie accenna ad un gioco a più voci, e neppure particolarmente denso, soltanto nella danza dell”Allegro” finale della Sinfonia in re maggiore (1749). Viceversa, spiccato è il gusto per la melodia, che informa i temi facendo dimenticare le sue origini contrappuntistiche; e s’affacciano pure i primi, timidi tentativi di forma sonata, specie nei primi movimenti della Sinfonia in re maggiore (1749), dellaltra in re maggiore (1751) e di quella in si bemolle maggiore (1754).
La gestualità forsennata del Concerto Grosso, con la sua dialettica ritmica di contrasti, sopravvive ancora nella Sinfonia in re maggiore (1751) o nella Sinfonia in fa maggiore (1764), ma si tratta quasi di echi, che convivono accanto a lacerti di cerimoniose e compassate danze di corte, al toccante pathos degno di Pergolesi (“Andante” della Sinfonia in re maggiore, 1750), alla risolutezza battagliera (primo tempo della Sinfonia in fa maggiore, 1736) e all’ariosa solennità (“Allegro” della Sinfonia in fa maggiore, 1764) d’un gusto tutto barocco, ed alla sfrenata, insospettata fantasia che nutre una gioiosa capacità inventiva (“Vivace” della Sinfonia in re maggiore, 1751).

Un mondo intero di esperienze stilistiche, rivissute ma pure aggiornate non rado con spunti di originalità, vive insomma nel corpus delle Sinfonie di padre Martini: specchio d’un sincretismo conoscitivo, ma soprattutto della volontà di aprirsi al futuro senza rinnegare il passato. Da questo punto di vista, emblematico rimane l”Andante” centrale della Sinfonia in fa maggiore (1760): domina una melodia dai toni gentili e piacevoli, quasi una danza dall’andamento esitante, spunto per brevi sortite solistiche della coppia di flauti e per i loro scambi di battute, a volte in eco, con il gruppo degli archi. Le Sinfonie di padre Martini testimoniano la fase di passaggio di un genere che stava ormai perdendo sempre più l’involucro inadeguato del Concerto Grosso: e diventano così quasi una tappa obbligatoria per la nuova autonomia strumentale che avrebbe raggiunto Haydn.

 

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