La caduta de’ Decemviri (seconda parte)

Marica Testi

Alessandro Scarlatti – Silvio Stampiglia

La caduta de’ Decemviri

(seconda parte)

 

 

 

I cantanti

Verso la fine del 600, alcuni cantanti di grande talento entrarono in contatto con il San Bartolomeo e questo specialmente dopo il 1696 con il nuovo vicerè che non badava a spese per le produzioni operistiche “…facendo senza sparmio di spese venire in questa capitale le prime voci armoniche del servigio dè Sovrani d’Italia…”. Scarlatti si ritrovò così a disposizione un cast veramente incredibile per la prima della sua opera.

 

Personaggi / Primi interpreti                              


Appio Claudio
, capo del decemvirato (S) / Matteo Sassano

Claudia, sua sorella (S) / Vittoria Tarquini

Valeria, amante di Appio (S) / Maria Maddalena Musi

Lucio Virginio, comandante romano (T) / Giovanni Buzzoleni

Virginia, figlia di Lucio (S) / Lucia Nannini

Icilio, amante di Virginia (S) / Niccolò Grimaldi

Servilia, governante di Virginia (S) / Giulio Maria Cavalletti

Flacco, servitore di Appio (B) / Giovanni Battista Cavanna

Tra questi spiccava Maria Maddalena Musi, detta la Mignatta, un soprano di bell’aspetto, molto famosa, protetta ufficialmente dal duca di Mantova e primadonna molto ben pagata. Gli altri in realtà non erano da meno: il basso buffo Giovanni Battista Cavana (sempre alle dipendenze del Mantovano); Giulio Cavalletti, castrato di ampia estensione specializzato, grazie alla sua avvenenza, nelle parti femminili; Giovanni Buzzoleni, della Cappella Reale di Napoli; Lucia Nannini chiamata la Polacchina, che lavorò con Scarlatti per circa due decenni ed era famosa per la sua comparsa in molte prime di varie opere in tutta Italia. Niccolò Grimaldi detto Nicolino famoso per le sue doti di attore oltre che di cantante, fu descritto sul libretto come “virtuoso della Reale Cappella di Napoli” e poi Matteo Sassano (“Matteuccio”) favorito dalla viceregina, proverbiale per la bellezza del suo canto e per il suo carattere indisponente con cui teneva testa anche al vicerè e con il quale si permetteva di insultare tutta la nobiltà. Ancora esordiente infine Vittoria Tarquini che troverà poi la fama prima alla corte di Ferdinando de’ Medici poi nei palazzi e nelle corti Europee e, il gossip dell’epoca vuole, tra le braccia del giovane Händel.

Per questo cast d’eccezione Scarlatti scrive dunque la 33ma delle sue 114 opere. Un libretto di 135 numeri dove le arie sono ben distribuite ed equilibrate tra tutti i personaggi tranne che per Valeria, elemento inventato da Stampiglia per arricchire la storia originale di Livio. A questo personaggio sono affidate un numero maggiore di arie tanto da farla diventare l’indiscussa prima donna dell’opera.

Non mancano le arie drammatiche “larve, fremiti” né l’aria lamento né quella di sdegno (generi in cui si distingueva particolarmente la Musi), ma neppure le ariette più maliziose ed equivoche di Virginia o quelle di battaglia di Lucio; nell‘insieme la struttura “riformata” fondata sull’accoppiata aria – recitativo (o duetto) di sortita resta minoritario rispetto a sequenze più complesse dove i due si intersecano in vari modi.
Questa la distribuzione delle arie nell’edizione napoletana del 1697:

APPIO / 8 arie / 4 duetti

CLAUDIA / 5 arie / 3 duetti / 1 terzetto

VALERIA / 11 arie / 3 duetti / 1 terzetto

LUCIO / 6 arie / 2 duetti

VIRGINIA / 5 arie / 1 duetti / 1 terzetto

ICILIO / 5 arie / 2 duetti

SERVILIA / 5 arie / 4 duetti

FLACCO / 5 arie / 5 duetti

Tra il 1699 e il 1727 furono scritti altri 9 libretti in occasione delle rappresentazioni fatte in Italia, secondo il catalogo di Sartori (primo tentativo di catalogo unico dei libretti italiani a stampa fino all’anno 1800).

Questa la cronologia:

  • Livorno 1699
  • Parma 1699
  • Reggio 1699
  • Firenze 1701
  • Siena 1704
  • Lucca 1717
  • Bologna 1723
  • Milano 1723
  • Napoli 1727

Ognuno di questi libretti differisce dalla prima stesura di Napoli spesso per particolari considerevoli (in linea con la tradizione del tempo di ritoccare, togliere e aggiungere scene ad ogni ripresa).

Il libretto senese per esempio vede un ridimensionamento delle parti buffe con Servilia che viene “riqualificata” da nutrice (ruolo più popolare) a dama di compagnia con un suo chiaro spostamento verso l’alto ad equilibrarsi socialmente con gli altri personaggi e modificando così essenzialmente il suo rapporto con Flacco.

Nel libretto di Reggio il materiale è arrangiato invece per creare nuove scene, arie e addirittura un altro personaggio – Fabio – che va ad aggiungersi al cast.

Per quanto riguarda la partitura invece possiamo fare alcune considerazioni:

  • nessuna delle otto partiture che abbiamo (quattro di queste portano una data) è autografa;
  • non ci sono grandi differenze tra l’una e l’altra;
  • tutte aderiscono più o meno allo stesso modo al libretto di Napoli e nessuna tra loro si  assomiglia più delle altre;
  • non si trovano in nessun manoscritto, e nemmeno in nessuna delle tre raccolte di arie della “Caduta”, arie corrispondenti alle variazioni dei diversi libretti;
  • non siamo attualmente in grado di stabilire quale partitura sia più attinente delle altre all’autografo;
  • si pensa che esistano almeno due autografi, non ancora trovati, dai quali i copisti possano aver tratto le copie.

La musica

La caduta de’ decemviri presenta un chiaro esempio (secondo le fonti attuali, il primo) della nuova forma di sinfonia d’apertura destinata a soppiantare il preludio d’opera in stile veneziano, che consisteva in un tempo lento binario seguito da uno o due tempi di danza in ritmo ternario.

Questo tipo di sinfonia all’italiana, successivamente adottata come norma dallo stesso Scarlatti e da numerosi altri compositori, si compone di tre parti: al primo tempo, veloce e caratterizzato da rapidi passaggi in scale e da figurazioni ritmiche ben delineate, si contrappone una breve e lenta sezione accordale che spesso funge da semplice collegamento alla parte finale, un allegro in tempo di danza.

Durante l’opera, l’orchestra presenta una certa varietà di soluzioni timbriche: diverse arie hanno l’accompagnamento del solo basso continuo e sono spesso seguite da un ritornello strumentale; in altri casi due violini soli e basso continuo (o violetta e violoncello soli, come nel caso dell’aria di Icilio “S’io non t’amassi tanto”) sostengono la parte vocale; o ancora, l’accompagnamento è affidato ai violini primi e secondi all’unisono, oppure è esteso a tutti gli archi. Particolare connotazione drammaturgica assume l’impiego della tromba nelle due arie di Lucio “Tutti arditi al fatal cimento” e “Al cader d’ultrice spada”, come pure in quella di Appio “Larve, fremiti, terrore”. In generale si ha una predominanza delle arie col solo continuo che terminano poi con un ritornello strumentale; le arie accompagnate sono invece costruite come una sorta di terzetto le cui linee sono determinate spesso dalla voce, i violini in unisono e il basso. Solo un quarto delle arie prevede organici diversi da questi.

Gli strumenti

Gli elementi base dell’accompagnamento dell’opera sono indicati negli archi e il clavicembalo, ma, in sintonia con le prassi dell’epoca sono spesso ipotizzabili alcuni raddoppi con oboi, flauti e fagotto (anche se nessuna delle partiture che conosciamo nomina mai nessuno di questi strumenti). Ci sono invece alcuni strumenti specificatamente menzionati in aggiunta agli archi e sono (oltre alle trombe), il colascione e l’arpa.

Il colascione è una sorta di liuto spesso associato alla musica popolare del sud Italia tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo. Forse lo strumento usato in quest’opera era un mezzo colascione poiché viene descritto con due o tre corde che si suonano con un plettro. E’ usato solo una volta in un recitativo affidato a Flacco.

Sebbene con alcune “libertà”, quest’opera anticipa da un punto di vista formale il disegno Metastasiano che sarà poi per gran parte del ‘700 un modello esemplare per tutti i librettisti. Troviamo un uso sistematico dell’aria col da capo; una esaltazione del canto virtuosistico e dei concetti di virtù ed eroismo che prevalgono sull’amore personale; una vicenda narrata in 3 atti con un climax che giunge nel terzo atto, dove si sfiora la tragedia e che si risolve poi col lieto fine. Si anticipano addirittura riforme successive con un libretto che lascia interagire personaggi seri e comici, ognuno col suo stile e il suo linguaggio e con una marcata (anche se non definitiva) divisione delle classi sociali. Da un punto di vista storico è possibile dire che, pur con le sue varianti, se paragonato ad altri libretti del tempo, Stampiglia ha saputo rimanere molto attinente al testo che, pur privo di qualsiasi reale fondamento storico, ha da sempre rappresentato le antitesi tra le ingiustizie del Decemvirato e gli ideali morali e politici della plebe soprattutto nel periodo che va dal 451 al 449 a.C.

 

La caduta dei Decemviri 2a parte – Scarica il PDF